lunedì 22 aprile 2013

Una precarietà imbarazzante: i servizi e gli uffici affidati dallo Stato ai lavoratori precari. Il caso unico degli Enti Locali della Regione Siciliana

La precarietà del lavoro è un dramma sociale ma è anche una questione pubblica sempre più imbarazzante. Da un lato, le Amministrazioni Pubbliche – statali, regionali e locali – ricorrono in misura crescente al lavoro precario, dall’altra tendono a nascondere quante delle loro attività, delle loro funzioni pubbliche fondamentali, si basano sull’impiego di lavoratori e lavoratrici precarie. Provate a cercare qualche dato in proposito e vi accorgerete quanto è difficile trovare le cifre della precarietà su cui si fonda il funzionamento di ampi settori della Pubblica Amministrazione in Italia.
Negli Enti Locali della Regione Siciliana, l’esercizio di importanti funzioni pubbliche, è stato garantito per tanti anni anche dal personale precario, assunto in applicazione di una legislazione regionale, pensata per superare lo stato di disoccupazione delle giovani generazioni e per dare opportunità occupazionali in cambio di professionalità e competenza a Enti che difficilmente avrebbero potuto assumere con fondi propri personale competente per l’erogazione dei servizi.
A dicembre, il Ministro della Funzione Pubblica Patroni Griffi ha dichiarato che nella Pubblica Amministrazione Italiana ci sono 260.000 dipendenti precari, considerando tutte le forme di flessibilità. Dalle parole del Ministro si ricava dunque che le forme di lavoro flessibile sono tutte lavoro dipendente trattato come se non lo fosse, cioè peggio. Le stime ministeriali indicano 130.000 precari nella Scuola, 115.000 nella Sanità e Enti Locali, 15.000 nelle Amministrazioni Centrali. Inoltre ci sono anche i 22.500 circa negli Enti Locali e negli Enti Pubblici della Regione Siciliana. Credo che queste cifre sottostimino il fenomeno e non distinguano adeguatamente la situazione dei singoli Comparti del pubblico impiego, soprattutto in Sicilia.

    A parte gli insegnanti, che rappresentano la parte storica del precariato pubblico e anche per questo sono i più organizzati, di molte altre categorie di precari non si conoscono le cifre esatte. Provate a sapere quanti sono, per esempio, i lavoratori precari (con contratti a tempo determinato, collaborazioni, interinali ) nelle singole strutture ospedaliere, universitarie o amministrative: è quasi impossibile scoprirlo. Ogni struttura pubblica tende a occultare questo tipo di informazione, perché renderebbe evidente la debolezza della propria organizzazione, l’incapacità di darsi un assetto maggiormente stabile e qualificato.
Alla precarietà del lavoro corrisponde, infatti, quasi sempre un carico di lavoro maggiore a fronte di retribuzioni e tutele nettamente inferiori (quindi maggiore stress e affaticamento per il dipendente pubblico precario), nessuna opportunità di formazione e aggiornamento professionale (quindi un deficit di qualificazione), nessuna possibilità di carriera e l’esclusione da qualsiasi organo collettivo o di rappresentanza. In Sicilia, questo dato è accentuato ancora di più dalla capillarità dei dipendenti precari, presenti in quasi tutti gli Enti Locali della Regione e negli Enti Pubblici del territorio isolano.
Sarebbe piuttosto imbarazzante sapere quanti sono i ricercatori e le ricercatrici precarie che sostengono con il loro lavoro (nella didattica e nella produzione scientifica) le performance dell’accademia italiana, spesso con pochissime possibilità di accedere ai ruoli universitari. Sarebbe piuttosto imbarazzante sapere quanti sono i medici e gli altri operatori e operatrici sanitarie che garantiscono i servizi di cura in condizioni lavorative precarie.

   Sarebbe davvero imbarazzante in Sicilia sapere quanti dipendenti precari in tante strutture mandano avanti servizi e uffici a disposizioni delle comunità locali. Dovrebbe essere obbligatorio, soprattutto per evitare la disinformazione sul mondo del precariato pubblico, indicare questi dati sui siti web di ogni struttura pubblica, perché i cittadini e le cittadine devono sapere. Accade invece che la precarietà sia utilizzata di fatto come una soluzione molto conveniente ma allo stesso tempo venga riconosciuta come impopolare e scomoda per tutti: per le Amministrazioni Pubbliche, per la classe politica, per i sindacati. Così, molti preferiscono evitare di affrontarla, condannandola genericamente ma di fatto consentendo che continui ad aumentare.
In Sicilia nessuno ha mai sollevato il dubbio che sia assurdo il concetto stesso che la Pubblica Amministrazione possa aver bisogno di dipendenti precari per poter continuare ad erogare i servizi alla gente, in modo stabile e permanente, in contrasto con qualsiasi norma di buon senso. Non stiamo parlando di un’azienda soggetta alle oscillazioni della domanda di mercato, che deve far fronte a picchi occasionali di produzione o realizzare progetti temporanei. Stiamo parlando di servizi ai cittadini che di norma sono stabiliti per Legge, di una quantità di lavoro prevedibile e programmabile e dunque di un organico che dovrebbe essere quello necessario sulla base di una corretta organizzazione, da assumere con procedure codificate e non in modo casuale.

   Alla luce di questo ragionamento condivisibile, appare particolarmente imbarazzante – meglio dire vergognosa – la situazione dei precari degli Enti Locali della Regione Siciliana che dal 1988 sono sfruttati da tutte le Pubbliche Amministrazioni dell’Isola, prima come articolisti, poi come LSU ed infine come dipendenti a tempo determinato con un contratto a termine lungo oltre 13 anni: direi roba da Terzo Mondo, con buona pace del Presidente Crocetta.

   Decidere con urgenza che cosa fare degli oltre 22.500 lavoratori e lavoratrici precarie che da anni lavorano nelle Pubbliche Amministrazioni siciliane da pubblici dipendenti alla mercé dell’abuso di Stato, è un dovere dell’Amministrazione Regionale, dello Stato e degli Enti Pubblici con in testa gli Enti Locali che li hanno impiegati in questo modo, bruciandogli l’aspettativa di vita per un lavoro dignitoso, non soggetto al ricatto continuo delle proroghe. In un Paese civile lo Stato, non solo non avrebbe consentito che ciò accadesse, ma sarebbe stato chiamato a risarcire pesantemente i danni ad una generazione di persone che lo hanno servito con lealtà e dignità. I dipendenti precari della Regione Siciliana, lungi dalle manipolazioni della disinformazione di stampa, dal clientelismo dei partiti e dei politici e dal sindacalismo irriguardoso dei diritti delle persone, rappresentano la Parte meno compromessa della società siciliana, in quanto usata e parcheggiata a seconda dei momenti storico politici che la Sicilia ha sempre interpretato magistralmente.

   L’imbarazzo del precariato degli Enti Locali della Regione Siciliana rappresenta un unicum nel panorama del lavoro pubblico, in violazione della legislazione comunitaria in materia di contratto a termine, vigente anche in Sicilia. Il precariato va affrontato, altresì, con la capacità politica necessaria, affinché venga individuata un’adeguata soluzione con alla base una programmazione seria e responsabile, che tenga debitamente conto dell’abuso perpetrato da oltre 13 anni da tali Enti nei confronti dei loro lavoratori precari, al di fuori delle soluzioni emergenziali favorite ancora oggi dalla solita politica politicante e dal sindacalismo di apparato.
Dott. Gaetano Aiello

1 commento:

  1. tutti gli emendamenti migliorativi per i precari storici sono stati bocciati in commissione lavoro, lo stesso stanno facendo in commissione bilancio. Alla faccia dei partiti che erano a nostro favore!!! M5S li riproporrà in aula così chi è a favore e chi contro dovranno venire fuori apertamente. Anna Maria Triolo

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